L’8 marzo dell’orbo fuggente

Il malanno agli occhi del Cav. ha rovinato l’8 marzo di Ilda Boccassini: doveva essere il gran giorno della sua requisitoria finale al processo che vede l’ex premier accusato del reato di sfruttamento della prostituzione minorile. Un giorno speciale, nel quale l’esercizio della pubblica accusa poteva (doveva?) combinarsi con lo slancio sentimentale e pedagogico che sempre si accompagna alla festa delle donne.
17 AGO 20
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Il malanno agli occhi del Cav. ha rovinato l’8 marzo di Ilda Boccassini: doveva essere il gran giorno della sua requisitoria finale al processo che vede l’ex premier accusato del reato di sfruttamento della prostituzione minorile. Un giorno speciale, nel quale l’esercizio della pubblica accusa poteva (doveva?) combinarsi con lo slancio sentimentale e pedagogico che sempre si accompagna alla festa delle donne. Poteva (doveva?) essere l’occasione per l’arringa di una donna delle istituzioni, d’indiscutibile fama e riconosciuta bravura, alle prese con un presunto crimine nel cui alveo la mercificazione del corpo femminile (specie se giudicato acerbo) gioca un ruolo fondamentale. Boccassini ha un profilo ideologicamente connotato, non è sospettabile di simpatizzare per le idee berlusconiane (eufemismo), ma non è nemmeno una tetragona chiodata come il suo ex collega Antonio Ingroia, al quale in un recente passato ha infatti riservato parole di fuoco, quando questi s’era paragonato una volta in più a Giovanni Falcone (“si vergogni, tra la sua piccola figura e quella di Giovanni esiste una distanza misurabile in milioni di anni luce”). Anche per questo appare adesso smisurata e un po’ fanciullesca la sua reazione di fronte al certificato medico con il quale il Cav. ha chiesto e ottenuto il legittimo impedimento. Berlusconi ha un problema oftalmico fastidioso che gli imporrà sette giorni di riposo forzoso e di lontananza da fonti di luce (forse anche un breve ricovero al San Raffaele). Non è nulla di grave, ma è qualcosa di più d’un raffreddore. La pm milanese non se n’è fatta una ragione, si è messa a cavillare sulla tempistica con la quale il medico personale dell’imputato ha esibito la certificazione di malattia (alludendo perfino a una sua incapacità nel prevedere l’acutizzarsi del problema: pretendeva che il “suo” Cav. venisse curato meglio in vista dell’udienza), ed è arrivata a chiedere l’invio di una visita fiscale presso il malato, per verificarne l’effettiva invalidità.
Come dare torto all’avvocato della difesa, Niccolò Ghedini, quando invoca un poco di rispetto “per chi sta male”? Dopotutto, calendario alla mano, il peggio che può sopraggiungere è un lieve rinvio della sentenza “Ruby” oltre la data prevista (18 marzo) e un parallelo slittamento del processo sui diritti tv di Mediaset.
In assenza di retropensieri ideologici (non sia mai), dobbiamo pensare che l’accanimento di Boccassini sia soltanto un’improvvisa concessione all’emotività, lo sbuffo episodico di un pm che da decenni è all’inseguimento del suo Arsenio Lupin, dopo aver inchiodato il suo amico Cesare Previti, e che ora vede finalmente la preda grossa a portata di mano. Non dovrebbe rammaricarsi troppo, la sua richiesta di condanna potrà formularla presto e bene, ma senza la clava in legno di mimosa tra le mani.